Ma la notte, la festa è finita, evviva la vita
(Gianna – Rino Gaetano)
La gente si sveste, comincia un mondo
Un mondo diverso, ma fatto di sesso,
chi vivrà vedrà
Quando ho conosciuto Joe Dallesandro era l’estate del 1978, me lo aveva presentato Max (Delys) durante una delle nostre uscite assieme, durante le quali ci portavamo dietro anche i rispettivi amici. Per le date e gli anni ho poco memoria, ma so che era l’estate del ’78 perché Roma era praticamente blindata, dopo che c’era stato il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, che aveva scioccato e terrorizzato tutta l’Italia e noi venivamo spesso fermati da polizia e carabinieri. Io giravo con una Jaguar del ’57, che avevo comprato spinta dal fatto che era stata fabbricata l’anno in cui ero nata, quindi non potevo non averla. La macchina, anche da sola, non sarebbe di certo passata inosservata, aggiungeteci il fatto che ci giravamo anche in sette o otto, tutti molto carini e appariscenti, urlando a squarciagola e facendo un casino pazzesco. Diciamo che davamo un po’ all’occhio, ecco, per cui ci fermavano ad ogni posto di blocco, praticamente ogni due minuti, mentre noi continuavamo a ridere come pazzi anche durante i controlli. Poveri poliziotti che ci hanno dovuti sopportare… oggi mi viene proprio da dirlo. Col senno di poi, devo dire che non ci comportavamo molto bene.
Ad agosto, raramente mi spostavo, solitamente preferivo sempre restare a Roma che, semi deserta, è bellissima. Io e Max eravamo molto amici e uscivamo spesso insieme, anche senza darci appuntamento prima. Chi restava a Roma ad agosto, finiva per ritrovarsi più o meno sempre negli stessi posti. Il gruppo per passare la serata si creava in strada, man mano che calava la notte. Ci vedevamo al Pantheon, a Piazza Navona o a Campo dei Fiori, posti semplicemente meravigliosi dove trascorrere del tempo assieme, mentre la fresca aria notturna non ti faceva venire per niente voglia di chiuderti in un locale, neanche per ballare. Anche perché potevi tranquillamente ballare per strada, mentre cantavi le ultime canzoni del momento e ridevi con gli amici. Spesso uscivo di casa da sola, andavo al Pantheon, ad esempio, e incontravo tutti lì. Alla fine, eravamo anche un centinaio di persone e ci conoscevamo tutti, non c’era bisogno di darsi appuntamenti o di organizzare qualcosa. Oppure ci incontravamo sulle terrazze. Io ne avevo una bellissima ed enorme, per cui stavamo spesso a casa mia, che era, come tutte le altre case che ho avuto, un accogliente porto di mare. In quel periodo, avevo i capelli cortissimi, portavo spesso cappelli e mi vestivo con uno stile molto comodo e prettamente maschile, che mi rendeva ancora più facile divertirmi in giro per Roma senza dovermi preoccupare di abiti stretti o scomodi. Durante una di queste serate leggere come l’aria, come vi dicevo, Max mi aveva presentato Joe, che era di una bellezza statuaria, da mozzare il fiato, non per niente è stato tra i dieci uomini più belli d’America. Ha anche fatto parte della Factory di Andy Wharol e molti artisti famosi gli hanno dedicato delle canzoni, non sempre lusinghiere.
Dopo il primo incontro, la nostra storia era iniziata come si fa quando si è giovani, senza stare troppo a pensare se ci amavano o no, ed era stata una storia molto breve, molto intensa e parecchio tormentata. Il periodo passato assieme lo avevamo trascorso stando praticamente appiccicati, giorno e notte. Lui restava sempre a dormire a casa mia, assieme al miliardo di persone che ospitavo di solito. Per chi ha letto il mio libro, sto parlando della casa di Via Casale Ghella, quella enorme, dove ospitavo anche trenta persone a notte e dove c’era una festa quasi tutte le sere. Joe era molto solitario, per cui cercava sempre di appartarsi per avere un po’ di pace ma, in quella casa, l’unico posto che gli permetteva di poter stare da solo era il bagno e solo se ci si chiudeva dentro a chiave. Non credo che questa cosa l’abbia vissuta molto bene. La solitudine, nella mia vita, non era contemplata, anche se pure io, ogni tanto, avevo bisogno di cinque minuti solo per me. Non era stata questa differenza di abitudini a farci lasciare, però. Il suo livello di trasgressione era molto diverso dal mio. Non riuscivo e, in quel momento, neanche volevo reggere i suoi ritmi sfrenati e così, dopo vari tira e molla abbastanza travagliati, ci eravamo lasciati.
Quella con Joe era stata la mia ultima storia “ludica”, di passione e di divertimento, diciamo. Dopo di lui, avevo incontrato Gabriele e mi ero follemente innamorata ma, fino a quel momento, non avevo mai pensato o sentito la necessità di avere una storia seria, di provare un grande amore. Gli innamoramenti mi duravano molto poco. Mi stufavo io o si stufava l’altro, ma io mi sentivo sempre molto libera. Era stato con Gabriele che avevo capito che poteva nascere una storia vera, che potevamo costruire qualcosa di bello insieme.

Scrivi una risposta a caterinapiretti Cancella risposta